Chi dà il nome alle tecniche del jiu-jitsu

Quasi mai chi le ha inventate. Spesso nemmeno chi le ha eseguite. Dietro i nomi delle prese ci sono quattro regole che si ripetono da più di settant'anni.

BJJ Square · Aggiornata il 10/08/2026

Ogni palestra usa una decina di parole che nessuno ha mai spiegato: kimura, ezekiel, omoplata, berimbolo, d'arce. Sembrano un vocabolario tecnico. Sono quasi tutte cognomi di persone, e quasi nessuna appartiene a chi ha inventato la tecnica.

1. Il nome certifica la notorietà, non la paternità

In quattro di queste storie la persona che dà il nome alla presa non l'ha inventata. Kimura, Ezequiel Paraguassú, Joe D'Arce, Eddie Bravo sono arrivati con prese che esistevano già nel judo, nel catch wrestling o nel wrestling scolastico. Le hanno rese riconoscibili — e nel jiu-jitsu è quello che si premia.

2. Battezza quasi sempre qualcun altro

  • La stampa: la guardia De La Riva dopo una vittoria su Royler Gracie, e con ogni probabilità anche la kimura, come «kimuriana».
  • Un allenatore terzo: il d'arce, da chi lo vedeva vincere.
  • Un amico: il brabo, da un indirizzo email.
  • L'ambiente della palestra: l'ezekiel, da «quella di Ezequiel».

L'unica eccezione dichiarata è il twister, dove l'autore poteva mettersi il cognome e ha scelto un nome descrittivo — perché il nome che la presa ha nel wrestling, *guillotine*, nel jiu-jitsu era già di un'altra tecnica.

3. Molti nomi non sono brasiliani

Samuel Braga, che il berimbolo l'ha sviluppato, lo dice senza giri: «*In Brasile non abbiamo mai dato nomi alle posizioni, le spiegavamo e basta*».

Berimbolo, twister e d'arce nascono o si fissano fuori dal Brasile, in ambiente anglofono, su tecniche brasiliane o giapponesi. È anche la ragione per cui le attribuzioni litigano sempre: chi ha fatto la tecnica e chi le ha dato il nome sono spesso persone diverse, in continenti diversi, ad anni di distanza.

4. I nomi descrittivi invecchiano meglio

Omoplata vuol dire scapola. Gogoplata vuol dire gola. *Guarda pudim* voleva dire che ti faceva traballare. Sono nomi che spiegano cosa succede, e chi li sente per la prima volta capisce qualcosa.

Il jiu-jitsu ha quasi sempre preferito il cognome. Il risultato è un vocabolario che si impara a memoria invece di dedurlo — bello da raccontare, faticoso per chi comincia.

Come sono scritte queste pagine

  • Le fonti si dichiarano. Sulla storia del jiu-jitsu esistono pochissimi documenti d'epoca online: quasi tutto è racconto ripetuto. Dove una cosa è documentata lo diciamo, dove è tramandata anche.
  • Il dubbio si dichiara. Ogni pagina ha una sezione «cosa non sappiamo». Non è modestia: è il modo per non trasformare una supposizione in un fatto per il solo effetto di averla scritta.
  • Si aggiunge, non si smonta. Nessuna di queste storie serve a togliere il merito a qualcuno. Servono a spiegare come una tecnica arriva ad avere un nome, che è quasi sempre più interessante della versione corta.
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Domande frequenti

Perché le tecniche del jiu-jitsu portano nomi di persone?
Perché nel BJJ il nome segnala chi rendeva riconoscibile quella presa, non chi l'ha creata. In molti casi la tecnica esisteva già nel judo o nel catch wrestling.
Chi decide come si chiama una tecnica?
Raramente l'atleta. Storicamente sono stati la stampa sportiva, gli allenatori, gli amici o semplicemente l'uso quotidiano in palestra.
Perché molti nomi sono in inglese o nati fuori dal Brasile?
Perché in Brasile le posizioni si spiegavano senza nominarle. La nomenclatura moderna si è formata in gran parte negli Stati Uniti, applicata a tecniche brasiliane o giapponesi.
Cosa vuol dire il suffisso «-plata»?
Niente di per sé: è la parte finale della parola omoplata, cioè scapola, staccata e riusata per indicare una famiglia di sottomissioni. Non significa «leva al braccio».

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